Addio, Vittorio!
a Gaza
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Ci sono molte persone al mondo che non riescono a capire, o dicono di non riuscire a capire, cosa c’è in gioco tra la Palestina e Israele. Lasciamo che vengano a Gaza. Ci sono alcuni che dicono che Israele è la forza del futuro. Lasciamo che vengano a Gaza. Ci sono altri che dicono, in Europa e altrove, noi siamo in grado di collaborare con gli israeliani. Lasciamo che vengano a Gaza. E c’è persino chi dice che è vero, Israele è cattivo, ma consente il progresso economico. Lasciamo che vengano a Gaza.
Sotto la patina di decrepitezza delle macerie, Gaza brilla come un’icona e nel contempo un’onta.
Per chi come il sottoscritto ha vissuto così intimamente il destino dei suoi abitanti, al punto di diventarne cittadino io stesso e conseguentemente prigioniero senza via di scampo, Gaza è il simbolo della persistente resistenza ad una titanica oppressione. La fionda del piccolo Davide appesa alla cintura di Ahmed contro un Golia che parla ebraico ma preferisce esprimersi con le DIME e il fosforo bianco regalato dal primo presidente nero americano.
Un simbolo di lotta per un’umanità che non vuole eclissarsi in silenzio e una vergogna per chi si è già rassegnato alla sua estinzione. Perché Gaza non è ancora una fitta fila di funeste lapidi affacciate sul Mediterraneo; a Gaza ci sono esseri umani con cuori come macigni e volti imperscrutabili rivolti verso un futuro ignoto.
Restiamo umani
Vittorio Arrigoni
tratto da "Gaza luglio 2009: siamo ancora l'epicentro della catastrofe"
in Palestina ed. Zambon
a Francoforte
